Jag bakar kanelbullar denna söndag

Ebbene sì, il momento è finalmente arrivato. Ieri ho sfornato le mie prime kanelbullar. Che emozione!

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Un grande grazie va a N., che con tanta pazienza mi ha sopportato e supportato tutto il pomeriggio, traducendomi dallo svedese la ricetta, nonché mostrandomi la giusta tecnica, avendo osservato fin dall’infanzia mamma e nonna super brave in fatto di kanelbullar. Si sa, da nonne e mamme si impara sempre, anche se con ciò non voglio fare discriminazioni di genere. Mio papà è davvero un bravo cuoco e da lui posso dire di aver ereditato quel pizzico di creatività nonché spirito di improvvisazione ai fornelli.

Jag bakar kanelbullar denna söndag. Ho preparato kanelbullar questa domenica.
Anche con lo svedese, insomma, qualcosa di nuovo sto imparando. Mi piacerebbe davvero tanto aver più tempo da dedicare allo studio di questa lingua, ma purtroppo tra corsi e tesi si sa come va.
Ormai lo svedese mi è entrato in orecchio. Questa lingua un po’ strana, che subito non capisci da dove sia saltata fuori. Con questi suoni mai sentiti, che talvolta sembrano un misto di tedesco e olandese , anche se, lo ammetto, a volte all’inizio mi sembrava pure un po’ russo! Ma quando ci fai l’abitudine, non so, è una cosa strana da spiegare: è come non potere stare senza. Vieni così tanto assorbito dal posto, dalla cultura, dalle persone, dalle nuove abitudini che tutto diventa una nuova quotidianità. Ed è davvero molto affascinante.
E pure la cucina svedese, che sto sperimentando sempre di più, non è male. Con le sue particolarità un po’ strane, le salse, il caviale in tubetto, le patate, la marinatura del pesce, i mille tipi di latte e burro, ha davvero un suo perché e vale veramente la pena di assaggiare e, perché no, provare a replicare qualche piatto tipico. Non parliamo dei dolci, poi: finora non mi hanno mai deluso.

Un omaggio oggi va quindi a questi panini di cannella. Ancora una volta un omaggio alla speciale spezia, che davvero rappresenta una parte distintiva nonché insostituibile della mia vita qui. Della “mia” Svezia.

Ora che so come si fa, quando tornerò in Italia kanelbullar a gogo.

Piccola nota per il dosaggio: ormai ho fatto mia l’abitudine di usare i dosatori (prometto, prima o poi un articolo lo scrivo). Tuttavia ho trovato questo ottimo articolo che spiega le comparazioni con le nostre italiane abitudini.

Ingredienti (per 24 kanelbullar)

Per l’impasto

50 gr di lievito fresco in cubetto per dolci
150 gr di burro (senza lattosio)
5 dl di latte (senza lattosio)
1 dl di zucchero semolato
2 krm (kryddmått) di sale = 2 ml
11 dl di vetemjöl (farina)

Per il ripieno

200 gr gr di burro (senza lattosio)
2 dl di zucchero semolato
2 msk (matsked) di cannella = 15 ml = due cucchiai da cucina (anche se onestamente credo di averne messi molti di più)

Per la guarnizione

1 uovo
pärlsocker, ossia lo zucchero in granella
24 pirottini di carta (qui in Svezia vendono quelli appositi, ma gli stampini per cupcakes o muffins vanno ugualmente bene)

Preparazione

Cominciando dall’impasto, sciogliete a bagnomaria il burro e nel frattempo sbriciolate finemente il lievito.

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Aggiungete il latte al burro fuso. Ora bisognerebbe portare la temperatura del composto a 37° (e qui nella ricetta sono molto precisi) in modo da favorire lo scioglimento del lievito senza “ucciderlo”, poverino. Quindi adoperate un termometro da cucina. Noi siamo andati “a dito”, fortunatamente ci abbiamo azzeccato perché il risultato della lievitatura (vedi immagine più in avanti) è stato mastodontico. Una volta raggiunta la temperatura, sciogliete il lievito mescolando.

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Aggiungete il sale, lo zucchero e, a poco a poco, tutta la farina. Ora qui, ci starebbe bene l’utilizzo di una planetaria con gancio per impastatura. Sfortunatamente in valigia non c’è stata la mia, sicché olio di gomito e via. Ed è a questo punto che vien utile conoscere i giocatori di hockey! 😉
La pasta deve raggiungere una consistenza morbida, soffice e piuttosto elastica.

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Lasciate riposare l’impasto per 30 minuti, coperto da un panno da cucina.
Nel frattempo preparate il ripieno. Il burro deve essere morbido per essere lavorato con lo zucchero e la cannella.

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Quando l’impasto è pronto

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infarinate il piano della cucina (o usa una spianatoia) e lavora per qualche minuto il composto. Dividetelo in due parti uguali con le quali procederete allo stesso modo.

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Con un mattarello (che può essere facilmente sostituito dal barattolo del chilly dolce, opportunamente lavato e infarinato) stendete l’impasto e spalmate sulla superficie il composto morbido di burro, zucchero e cannella. Arrotolate il tutto.

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Ora è tradizione in famiglia di N. tagliare le estremità del rotolo e mangiarle crude (poiché tendenzialmente non c’è cannella, quindi è inutile cucinarle). Che dire, son un bel blocco da mandare giù.
Fatto questo tagliate il rotolo in rondelle larghe un paio di centimetri e disponete le future kanelbullar nei pirottini di carta disposti su una leccarda da forno. Coprite ancora con un panno da cucina e lasciate lievitare per altri 30-40 minuti.

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Spennellate le kanelbullar con l’uovo sbattuto e abbondate con il pärlsocker.

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Infornate a 225° per 8-11 minuti (11 per essere precisi in questo caso).

Che dire, la soddisfazione è tanta. Soprattutto se vengono bene e sono apprezzate da commensali canadesi, spagnoli e austriaci.

E soprattutto svedesi.

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Happy Birthday Dorus!

Finora non ho mai usato i nomi propri dei miei compagni di avventura Erasmus. Sarà un po’ per le solite questioni etiche che mi porto dietro studiando ricerca sociale, quando spendi ore e ore a leggere pagine e pagine che spiegano come proteggere l’anonimato dei soggetti di studio.
In effetti stavo pensando che continuare a chiamare “amica canadese”, “amico svedese”, “amiche spagnole” possa creare un po’ di confusione nella lettura. Forse potrei adottare una tecnica usata nei rapporti di ricerca come pure da molti altri bloggers, ossia quella di porre giusto la lettera maiuscola puntata. Okay, va beh, ci penserò!

Fatto sta, comunque, che Dorus mi ha dato il permesso di pubblicazione del suo nome, per cui “Happy birthday Dorus!”.
Come penso abbiate capito, Dorus ha compiuto gli anni, ieri per la precisione. E’ un tipo davvero particolare, “fora de testa” per dirla con il dialetto delle mie zone. E’ uno dei più cari amici della mia quotidianità svedese.
Siamo un bel gruppetto di gente, un po’ “weird” messi tutti insieme così, venendo da tutta Europa, e creando un bel meticcio con le canadesi. Ma insieme ci troviamo proprio bene e credo che avere una bella rete di amicizie, in questo tipo di esperienze, sia davvero una cosa molto importante.
Non voglio cadere in romanticismi, ma son sincera, ci tenevo a fare questa precisazione. E vorrei inoltre ringraziare tutti loro, uno per uno – anche se so che la maggior parte, non conoscendo l’italiano, non leggerà forse mai questo articolo (che sia il caso di pensare ad una versione inglese?? Forse è meglio).

Tornando al nostro caro Dorus, debbo dire che è un pasticcere davvero molto bravo e spesso ci delizia con dolci davvero niente male. Se penso alla torta che ho mangiato ieri (cioccolato e caramello) oppure ai brownies… okay, meglio che mi fermi prima di dar sfogo all’apice delle fantasie mentali che mi si son formate nella mente mangiando quelle prelibatezze.
Così ieri, noi gruppo di amici abbiamo pensato di fargli una sorpresa, preparandogli qualche dolcetto per il suo compleanno. E giustamente, a chi tocca?
E’ stato un bel lavoro di squadra comunque, abbiamo pasticciato un sacco per tutta domenica pomeriggio. E dato che l’indomani, ossia oggi, sarebbe stato San Patrizio, abbiamo pensato ad una torta al cioccolato aromatizzata alla Guinness.
Prendendo spunto dalla fonte inesauribile di Giallo Zafferano, questa è la nostra versione “SwEramus” della Guinness Chocolate Cake.

Guinness Chocolate Cake

Ingredienti

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Per la torta
200 gr di burro senza lattosio
350 gr di zucchero di canna
4 uova
400 gr di farina
250 gr di cacao in polvere
44 cl di Birra Guiness
1 bustina di lievito in polvere per dolci

Per la farcia
3 dl di panna liquida fresca da montare (senza lattosio)
mezza tazzina da caffè di Guinness da tenere da parte, sempre che resistiate alla tentazione di non berla nel frattempo!
cacao in polvere qb

Preparazione

In una ciotola unite la farina, il cacao in polvere e il lievito.

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In un’altra ciotola più grande (io ho usato una pentola da pasta, per capirsi, perché purtroppo in cucina non disponiamo di molti utensili) spezzettate il burro ammorbidito e aggiungete lo zucchero.

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Montate il composto con lo sbattitore elettrico (e presta attenzione a non schizzare dappertutto il burro; se disponi di una planetaria usala!) e unite una alla volta le uova. Procedete aggiungendo due/tre cucchiai alla volta di metà del composto di farina e cacao, mescolando con un cucchiaio di legno, fino ad ottenere impasto morbido.

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Versate a filo la Guinness, sempre mescolando, conservandone un po’ per la farcitura (fallo, ne varrà la pena).

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Aggiungete il resto della farina, sempre un po’ alla volta (in questo modo puoi tenere controllata la consistenza, che deve essere omogenea e cremosa). Trasferite il composto in una teglia imburrata (o in uno stampo circolare classico per torte, rivestendolo con carta da forno). Dato l’elevato numero dei commensali e, ancora una volta, gli scarsi strumenti disponibili, ho usato una teglia in vetro su cui di solito ci sta bene un filetto di salmone con patate o una bella lasagna al forno. Credo che questo abbia un po’ penalizzato la cottura, ma nessuno si è lamentato alla fine, quindi meglio così.

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Cuocete la torta in forno preriscaldato a 180° per 1 ora e 10 minuti (lo so, è un bel po’ di tempo: nel frattempo pranzate, come ho fatto io – tortellini burro e basilico, con insalata e pomodori).
Ultimata la cottura, la torta deve raffreddarsi completamente prima di farcirla.

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Noi, avendo poco tempo, l’abbiamo messa fuori dalla finestra: 6 gradi di temperatura esterna con vento ai 40 km/h. In questi giorni sul serio, c’è il rischio di finire scaraventati da qualche parte. Quindi non fatelo, prendetevi per tempo e prediligete un normale raffreddamento.
Per la farcitura, montate la panna con la Guinness tenuta da parte (sempre che non ve la siate bevuta e quindi lo ripeto, non si sa mai).

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Distribuite in ciuffetti la panna con una sac-à-poche in modo che ricordi (anche se vagamente, è apprezzato qualsiasi tentativo) la schiuma della birra e spolverate con un po’ di cacao in polvere.

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Se avete tempo, mettete la torta in frigo prima di mangiarla. Fredda è davvero molto meglio!

***

Avendo tanto tempo da perdere, mi son messa pure a fare delle tortine alle carote, incoraggiata da tutta la truppa. “Potremmo farne 24, come gli anni di Dorus!” (sorry, Dorus, if now everybody knows your age!)
Bella idea! Peccato che di impasto ce n’era poco causa scarsità di ingredienti, vista l’improvvisata. Quindi ne sono uscite del cosine davvero mignon.
Per di più non sono per niente soddisfatta del risultato: credo sia colpa del lievito e della mancanza di fecola di patate o maizena (nessuno, ovviamente, ne aveva nella propria dispensa). Quindi le tortine sono rimaste piccine e la consistenza era abbastanza “gummy”, citando i critici. Ma alla fine, comunque, non ne è rimasta neanche una di avanzata.

Posto comunque brevemente la ricetta, sicura che chi vorrà replicare otterrà un risultato assolutamente migliore di quello della sottoscritta!

Tortine alle carote

Ingredienti (per 12 tortine “serie”)
5-6 carote
4 uova
150 gr di zucchero di canna
170 gr di farina
1 dl di olio di semi
1 bustina di lievito in polvere per dolci

Aggiungerei
un 50 gr di fecola di patate (che è meglio!)
un 50 gr di farina di mandorle se ne avete – così sembreranno le Camille della Mulino Bianco
zucchero a velo qb

Preparazione

Dopo aver spellato le carote, grattuggiatele in una terrina. A parte montate le uova con lo zucchero. Aggiungete al composto le carote grattuggiate e l’olio.

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Setacciate la farina (anche quella di mandorle e la fecola se ne avete) con il lievito e aggiungete le polveri un po’ alla volta nel composto fino ad ottenere una impasto cremoso. Versate il contenuto in stampini da muffin o in pirottini di carta. Infornate le tortine in forno preriscaldato a 180° per 25 minuti fino alla solita prova dello stecchino. Lasciate raffreddare e cospargete di zucchero a velo (che va sempre bene!).

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Consumati in compagnia, questi dolci alla fine hanno portato con sé un po’ di soddisfazione, soprattutto se vengono apprezzati, in particolare dal festeggiato!

Nota negativa: evitate il banchetto prima di cena.
Nota positiva: saltate la cena e giocate a qualche “drink games”. Tutto questo zucchero vi darà un mano, ve l’assicuro.

Aroma di cannella

Mi sembra doveroso – e forse interessante, per qualcuno – narrare il leit motiv di questa nuova avventura, che il fato ha voluto chiamarsi “Aroma di cannella”.

Non sono mai stata brava né creativa con i titoli. Anche quando scrivevo racconti, chiedevo sempre consulenza e le due tre pubblicazioni sul giornale di provincia certo non spiccavano per originalità di attacco. Tuttavia questa volta l’idea mi è venuta abbastanza in fretta, anche se con ciò non intendo implicare una scelta creativa.

Pensando a qualcosa di tipico qui in Svezia da inserire nel titolo del blog, e che richiamasse in qualche modo il cibo e la tradizione culinaria, la prima cosa che mi è venuta in mente è la cannella. Famosi sono i kanelbullar, o kanelsnäckor, se vogliamo chiamarli al modo degli svedesi qui in Skåne, Scania, la contea più meridionale della Svezia. Deliziosi – o meglio strepitosi, per il mio palato! – dolcetti alla cannella a forma di chiocciolina. Freno subito qualsiasi eventuale curiosità: niente ricetta per oggi, non ci ho ancora provato, ma è in programma un tentativo prossimamente.

Reprimendo a forza l’acquolina che mi è venuta, torniamo alla cannella. Conservo un dolce – non a caso – ricordo della prima volta che mi son ritrovata a fare la spesa da WiLLY:S: appena entrata nel supermercato sono stata letteralmente investita da un odore particolarissimo, molto speziato, penetrante ma dolciastro allo stesso momento. Non avevo la minima idea di cosa fosse, fino a quando non ho assaggiato il mio primo kanerbulle al Welcome Day in università. Non voglio lasciarmi troppo andare in mielose rimembranze, tuttavia credo conserverò per sempre quel profumo nel mio cassetto di ricordi, associandolo alla mia vita qui in Svezia.

Così, molto banalmente, è nata l’idea per “Aroma di cannella”, che sta ad indicare non solo il gusto ma anche il profumo della spezia tra le più usate dagli svedesi.

Personalmente non ho mai usato più di tanto la cannella in cucina: ricordo che nella credenza delle spezie di casa, il vasetto dell’ambrata polverina aveva raggiunto qualche anno prima che facesse la sua fine nel bidone della spazzatura. Tuttavia, vivendo qui in Svezia, mi sono sentita obbligata a comprarne un po’ – e non solo in vista di un tentativo per i kanelbullar.

Volendo dare quindi un piccolo omaggio alla spezia, il giorno dopo il tentativo con le semlor dovendo finire la panna montata avanzata, ho preparato una tortina alla cannella e scorza d’arancia farcita di panna, appunto. Davvero banalissima: ho giusto improvvisato con gli ingredienti di base, la cui chimica dà origine a ciò che va sotto il nome di “dolce”.

Nota doverosa: è una ricetta light, senza uova né burro né olio. Rigorosamente con latte e panna liquida senza lattosio.

Ingredienti

Due tazze di farina
Una tazza di zucchero
Una tazza di latte
Lievito in polvere (all’incirca i soliti 16 gr delle bustine che si trovano al supermercato)
Cannella in polvere (quantità a piacere – io ho abbondato!)
Scorza d’arancia
Zucchero semolato qb
Zucchero a velo qb
Panna liquida fresca da montare – o altri ingredienti a piacere per la farcitura

Procedimento

In un recipiente unite farina, zucchero, lievito, la scorza d’arancia e la cannella. Aggiungete il latte e mescolate il tutto. Trasferite l’impasto in una tortiera foderata di carta da forno e cospargete la superficie con lo zucchero semolato (in questo modo durante la cottura si formerà una crosticina croccante).
In forno a 180° per 40 minuti.
Una volta fredda, tagliate la torta a metà e farcite con la panna montata. Spolverate con lo zucchero a velo.

Et voilà!

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Ideale da consumare con le amiche dopo cena prima della serata film, anche se consiglio di non imbottirsi prima di biscotti, burro di arachidi e cioccolata. Io mi tiro fuori dalla cosa, ma in Canada va tanto di moda. Nonostante ciò, la torta è stata trangugiata per intero nel giro di mezz’ora.

Un Martedì Grasso in Svezia

Da qualche anno a questa parte mi sono davvero appassionata alla pasticceria. Tutto è iniziato con i preparati Cameo, poi ho preso coraggio e ho cominciato a familiarizzare con la farina, lo zucchero, le uova e il lievito. Fatto sta che ora sfornare dolci è diventata una grande passione, buon tempo speso per rilassare i nervi, divertirsi e accumulare – e far accumulare! – qualche pizzico di ciccia sui fianchi. E’ mio motto da un po’: “Se non va con la sociologia, mi dò alla pasticceria”, ma sinceramente non so quale delle due strade mi possa dare più prospettive al momento!

Lasciando volutamente da parte lunghi e noiosi sproloqui sul roseo futuro occupazionale che investe un laureato italiano in scienze sociali su uno, in questi giorni mi si è risvegliata la vena di “scrittrice”, sopita da qualche annetto a questa parte. Sarà stato lo spirito del Carnevale o l’aria salina svedese, fatto sta che finalmente mi sono decisa a riprendere mano a digitare e quindi ad aprire questo blog.

L’idea si è formata nella mia testa martedì mattina, un ordinario ma riposato risveglio di un giorno senza lezioni all’università, quando è obbligatorio un sonno di 10 ore consecutive dopo una full immersion in un esame, peraltro intervallata eccezionalmente da un viaggio – M E R A V I G L I O S O – in Lapponia finlandese (ok, sì, magari ne parlerò in qualche prossimo articolo).

E’ consuetudine in famiglia, da quando son piccina, fare abbuffata di dolci tipici carnevaleschi il pomeriggio e/o la sera di Martedì Grasso: le frittelle con l’uvetta e la crema pasticciera, le castagnole e i crostoli di “Raffaello” sono davvero una bontà! Ma da quando ho preso passione di preparare dolci, è diventata tradizione trascorrere il pomeriggio dell’ultimo di Carnevale sfornando qualcuno di questi dolcetti.

Con questa intenzione, infatti, mi son svegliata tre giorni fa: la prospettiva più fattibile erano le frittelle, ma l’idea di riempire la cucina comune del piano con il delicato e grazioso olezzo di olio fritto mi ha fatto presto cambiare idea.

Così, annoiata e un po’ abbattuta, faccio il solito check news in Facebook per vedere quali brillanti fattacci degli altri sono stati pubblicati durante la notte. E mi trovo in poll position un articolo su sweden.se sulla semla, un panino dolce al cardamomo, farcito di panna montata e marzapane (alcuni dicono pasta di mandorle, ma ho chiesto ad un amico svedese e mi ha assicurato che la ricetta originale vuole il marzapane). La tradizione vuole che questo dolcetto, o meglio, dolciotto (alcune pasticcerie ne sfornano di enormi!) venga solitamente consumato in fettisdag, il Martedì Grasso in svedese, prima del periodo di Quaresima. Tuttavia gli svedesi si son presto sentiti troppo stretti a mangiare questa prelibatezza per così poco tempo, per cui hanno cominciato a deliziarsi di semlor (è il plurale di semla) ogni martedì tra Martedì Grasso e Pasqua.

Nell’articolo di sweden.se avevano pubblicato anche la ricetta. Non mi sembrava molto difficile, per cui mi son detta: perché non provare? In tutta onestà ero un po’ timorosa, perché cucinare pietanze tradizionali per la prima volta senza l’aiuto di un “nativo” non è per nulla facile. Ma la cosa divertente che mi ha dato la spintarella – e lo so, di questo un po’ me ne vergogno, dato che son quasi due mesi che sono qui in Svezia – è che prima di oggi non ho MAI assaggiato una semla originale.

Il risultato?

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Ad occhio sembrano proprio loro! Anche se in una versione molto molto piccina – poco impasto e molte bocche da sfamare!

Gli amici non svedesi hanno apprezzato molto!

L’amico svedese, a cui ho proposto un azzardato assaggio, si è complimentato per la nuova invenzione del dolce: non sa assolutamente di semla, ma è comunque molto buono!

Credo che il motivo sia dovuto al fatto che non ho usato il cardamomo ma la buccia di arancia (mi spiace, ma il cardamomo rievoca in me pessimi ricordi, motivo per cui l’ho volutamente sostituito); inoltre la panna montata “laktosfrii” non ha il gusto dell’originale usata in pasticceria.

Qui di seguito, la ricetta illustrata di questi dolcetti svedesi in una versione che mi sento assolutamente di chiamare italiana. Per la ricetta originale, rimando all’articolo di sweden.se!

Piccola nota sugli ingredienti: ho usato tutti prodotti senza lattosio, ho una leggera intolleranza. Credo dedicherò prima o poi un articolo sulla vasta gamma di prodotti laktosfrii che si possono trovare qui nei supermercati!

Ingredienti

Per l’impasto

100 gr di burro
300 ml di latte (3% di grassi, è una cosa tipica svedese, magari scriverò un articolo pure su questo!)
50 g lievito per dolci in cubetto
scorza di un’arancia
½ cucchiaino da te di sale (anche la storia del cucchiaino da te meriterebbe un post!)
85 gr di zucchero
500–550 gr di farina
1 uovo sbattuto per spennellare i dolcetti

Per il ripieno

200 gr di marzapane
100 ml di latte
300 ml panna liquida da montare

Per la decorazione

Zucchero a velo a piacere

Preparazione

Sciogliete il burro a bagnomaria e aggiungete il latte riscaldando il tutto a fuoco lento (non deve bollire, ma raggiungere 37°C per essere precisi – io ho fatto ad occhio, non ho con me il termometro da cucina).

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In un recipiente spezzettate glossolanamente il lievito e aggiungete la buccia di arancia.

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Aggiungete il composto di latte e burro e mescolate fino a quanto il lievito non sarà sciolto.

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In un recipiente molto grande, versate il composto ottenuto e aggiungete il sale, lo zucchero e la maggior parte della farina, conservandone un po’ da parte. Lavorate il tutto, meglio se con un mixer o impastatore, per 15 minuti. Non disponendo di questi strumenti, ho dovuto farlo con un mestolo da cucina, quindi consiglio di evitare! Lasciate riposare per 40 minuti. La pasta deve duplicare di misura. Il risultato è pressapoco questo:

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Lavorate con un po’ di farina l’impasto in un piano infarinato.

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Modellate un salsicciotto, tagliatelo in pezzi e forma delle palline. Tenete conto che lieviteranno ancora del doppio nella fase di riposo e ancora un poco di più in cottura. Avendo parecchi volontari assaggiatori, ho tagliato palline molto piccole. Ponete i panetti ben distanziati su una teglia coperta con carta da forno e lasciate lievitare per un’ora i dolcetti coperti con uno straccio da cucina umido.

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Spennellate con l’uovo sbattuto le palline. Ponete la teglia sulla parte più bassa del forno a 250°C per 7-10 minuti (scegli una temperatura più bassa se hai preparato panetti più grandi). La superficie dopo la cottura deve essere giallo dorato.

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Tagliate i panetti a due terzi di altezza partendo dalla base. Con un cucchiaino scavate il centro ricavando uno spazio per il ripieno e spezzettate l’impasto in una ciotola. Sbriciolate grossolanamente il marzapane, aggiungetelo alla mollica e unite il latte. Il composto deve essere una massa cremosa. Il profumo è eccezionale! Montate la panna.

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Farcite i panetti con la crema di marzapane e con una sac-à-poche distribuite la crema su tutto il dolcetto.

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Posizionate il coperchietto di pasta sopra la panna. Spolverate con zucchero a velo e via all’abbuffata!

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Ora ci vorrebbe una bella chiacchierata sul modo più appropriato per mangiare le semlor, in quella che è la ben nota fika, la pausa caffè svedese, ma ormai ho già scritto anche troppo in questo articolo!

Avendo banchettato dopo cena, c’è chi, come la sottoscritta, ha bevuto del tè, chi succo di arancia o di mela. Nessuno in effetti ha bevuto caffè. Ah, naturalmente la mia amica canadese non poteva non bere il latte al cacao, bevanda tipica che accompagna i suoi pasti!